I numeri della correzione

I numeri della correzione. Wall Street ha accusato i volumi di vendita settimanali più consistenti di sempre. Flussi positivi diretti verso i bond investment grade, l’equity nipponico e gli EM.

I saliscendi delle ultime sessioni dimostrano come il nervosismo abbia conquistato spazio sui listini azionari. La settimana scorsa la Borsa Usa ha sofferto i volumi di vendita settimanali più elevati della sua storia. Tuttavia, trascorsi alcuni giorni, gli investitori cominciano ad analizzare gli accadimenti in prospettiva e a convincersi che è molto probabile che si tratti di una correzione piuttosto che dell’inizio di un trend ribassista.

A posteriori, il dato più preoccupante resta quello relativo ai deflussi che hanno coinvolto direttamente Wall Street. L’impatto complessivo dei deflussi ammonta a 30,6 mld di usd provenienti dai fondi azionari con focus sul mercato azionario Usa. Stando ai dati raccolti ed elaborati da Citi e Bank of America Merrill Lynch, questa montagna di denaro –che supera anche quella messasi in moto in occasione del default di Lehman Brothers- ha molto a che vedere con tutta la liquidità immessa nei mercati finanziari dalle banche centrali mediante il quantitative easing e le altre misure non convenzionali di politica monetaria. Circa la metà di tale volume – 14.900 mln di usd- proviene dal mercato degli Exchange traded funds.

Un’altra variabile di rilievo che ha caratterizzato la correzione della settimana scorsa è la velocità del movimento ribassista. E’ stata la prima volta nella sua storia che l’indice Standard and Poor’s 500 è passato da un massimo storico a una caduta del 10%. L’indicatore statunitense aveva battuto il suo record di resistenza senza accusare correzioni di almeno il 5%. Un altro record per lo S&P 500 è quello del più lungo trend rialzista senza intoppi di rilievo (non accadeva dal 1929).

La correzione è stata più intensa e veloce anche di quella vista agli inizi del 2016 in occasione della diffusione dei timori per il declino economico cinese. In quell’occasione, l’indicatore arrivò a perdere il 14,5% in un periodo più lungo – iniziato il 3 novembre 2015 e durato fino all’11 febbraio 2016- e la volatilità fu più contenuta: il picco raggiunto dal Vix fi di 32,1 punti rispetto ai 50,3 registrato lunedì 5 febbraio.

Partendo dai minimi dell’attuale ciclo di borsa (marzo 2009), la maggiore correzione si è verificata tra il 2 maggio e il 4 ottobre 2011, periodo in cui lo S&P500 perse il 21,6% a causa di una serie infinita di piccoli ma continui ribassi. In quel caso, In quel caso, il picco della volatilità fu di 48 punti.

Le vendite della settimana scorsa hanno colpito soprattutto i fondi comuni con elevato asset under management e quelli con focus si titoli tecnologici e healthcare. Si tratta di settori che avevano corso molto negli ultimi anni e che erano riusciti ad attrarre l’attenzione di investitori da ogni parte del pianeta. Anche il mercato azionario europeo è stato coinvolto dalle vendite e ha registrato deflussi per 3.300 mln di usd, lontano dai volumi in uscita che hanno coinvolto Wall Street ma sui massimi degli ultimi diciotto mesi.

Per quanto riguarda il reddito fisso, i deflussi sono stati meno intensi e si sono fermati a 4.000 mln di usd. Le vendite hanno colpito in particolare gli high yield bond europei. Al contrario, i veicoli d’investimento che hanno beneficiato di flussi in entrata sono quelli focalizzati sugli investment grade bond (capaci di attirare ben 6.200 mln di dollari in una settimana), sul mercato azionario giapponese (che hanno calamitato 2.400 mln di usd, record settimanale) e sulle Borse emergenti (con afflussi per 2.400 mln di usd.


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