Dal TFR alla previdenza complementare: l'importanza della cultura finanziaria

Il decennale dell'entrata in vigore della riforma riguardante il TFR è l'occasione per fare il punto sull'adesione alla previdenza complementare in Italia e, più in generale, sulla cultura finanziaria del nostro Paese.

Sono passati 10 anni dall’entrata in vigore della riforma del TFR e possiamo oggettivamente affermare che il rendimento della previdenza complementare è stato di gran lunga superiore alla rivalutazione del TFR, al netto dell’importante vantaggio fiscale. Il Sole 24 ore ha pubblicato degli esempi molto significativi di “lavoratori gemelli”, che hanno lasciato il TFR in azienda o che l’hanno versato ad un fondo pensione, da cui risulta che questa è stata la scelta migliore.

L’utilizzo della finanza a fini previdenziali è una storia di successo, ma è solo un successo “di critica” o anche “di pubblico”? I rendimenti sono stati decisamente significativi ma non altrettanto il numero degli aderenti: perché non c’è stata la corsa all’adesione alla previdenza complementare da parte dei lavoratori dipendenti?

Dal 1995, riforma Dini, al 2011, riforma Fornero, il sistema pensionistico pubblico è drasticamente cambiato: per chi è prossimo alla pensione, l’impatto più rilevante è che l’età pensionabile si è alzata significativamente ma per chi è più giovane, quindi ancora lontano dalla pensione, l’impatto più rilevante sarà l’importo della pensione stessa.

Da anni, gli esperti spiegano che con il metodo contributivo l’assegno pensionistico verrà determinato principalmente dall’ammontare dei contributi versati durante tutta la vita lavorativa: difficile avere certezze ma possibile avere stime. Nell’incertezza sul futuro abbiamo però una certezza: l’attuale sistema pensionistico, basato sul calcolo contributivo e non più retributivo, comporterà una riduzione del "tasso di sostituzione", ovvero del rapporto percentuale tra il primo assegno pensionistico e l’ultimo reddito percepito.

Parafrasando il noto aforisma “il futuro non è più quello di una volta” potremmo dire che “non ci sono più le pensioni di una volta”.

Citiamo Tito Boeri, Presidente dell’Inps: “Il trasferimento pensionistico complessivo dei lavoratori attuali sarà più basso perché, questi godranno di un tasso di sostituzione medio intorno al 62%, vicino alla media Ocse odierna ma lontano dall’80% circa delle pensioni oggi vigenti in Italia. In Italia le carriere lavorative sono più corte delle medie UE e Ocse, più elevate le età di ingresso.”

A seguito delle riforme del sistema previdenziale, l’onere della previdenza si sta spostando dallo Stato all’individuo e la necessità di una pensione integrativa dovrebbe essere la prima motivazione del risparmio degli italiani specialmente per i lavoratori più giovani, invece il tasso di adesione a una forma di previdenza integrativa è ancora basso, soprattutto per i lavoratori con meno di 35 anni: un paradosso perché la categoria meno sensibile al tema della previdenza complementare è proprio quella più colpita dalla revisione dei trattamenti pensionistici obbligatori.

Il passaggio al sistema di calcolo contributivo avrebbe dovuto innescare un cambiamento di cultura e di comportamento: i pensionati di domani sanno che la pensione pubblica sarà più bassa in rapporto all’ultima retribuzione percepita, ma non hanno idea chiara di quanto e soprattutto non sembrano reagire.

Cosa può essere efficace per promuovere la cultura del risparmio previdenziale in un contesto sociale e culturale in cui si è affermato il dominio del breve termine e la diffidenza verso l’obiettività dei dati e degli esperti?

Come far passare il messaggio che è necessario contribuire alla previdenza complementare fin dall’inizio del proprio percorso lavorativo, che rimandare l’inizio dei versamenti significa ridurre l’ammontare della pensione complementare, nonché rinunciare ai vantaggi fiscali ed all’eventuale contributo del datore di lavoro? Che approccio seguire per far aumentare le adesioni, non a un singolo prodotto ma alla previdenza come sistema: fare un paziente lavoro di cultura finanziaria o bombardare di tweet e di spot?

La “busta arancione” dell’INPS, che permette di controllare i contributi versati e ottenere una stima del tasso di sostituzione, può costituire il punto di partenza per fare cultura previdenziale ma non riesce da sola a sensibilizzare i lavoratori sull’importanza di aderire alla previdenza complementare per integrare la pensione futura.

Una proposta è l’obbligatorietà di entrata nella previdenza complementare, ma più flessibilità nell’uscita: obbligatorietà per superare la forza di inerzia, flessibilità per garantire un grado di libertà, trattare da adulti i lavoratori ed evitare che si sentano intrappolati.

Ricordiamoci cosa è successo quando è stata data ai lavoratori la possibilità di chiedere il TFR in busta paga: niente. La cultura del risparmio gode ancora di buona salute.


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